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日志


IN CAMBIO DI UN SOLO TUO PENSIERO

Stremo, balugino, penso, e non rimane nulla. Prego in segreto in nome della stanchezza fingendo di  cedere all’inadeguato postulato della vita attiva. Sigillo della nevrosi, vestale infernale dell’insoddisfazione. Lento, lento è il passare di questi giorni senza tramontana… e tu, come me, sei sempre sulla soglia, in attesa. Perché ciò che può succedere è mistero, sogno, speranza, mai delusione. Lontano un incendio ci brucia il viso e le braccia e non ci accorgiamo che solo la cenere sporca i nostri volti. Se le mie parole fossero sottili e delicate ti sfiorerebbero fino a farti tremare la schiena, porterei un po’ di gelo sulla tua pelle in questi giorni d’estate, lenti, troppo lenti. Sapessi cosa può fare lo sguardo, cosa può essere… dannazione ed estasi del quotidiano. Lo sguardo non si arrende neanche davanti alla noia, al sempre uguale, non ha nemici la luce che a forza entra negli occhi nella veglia. Io ti guarderei, guarderei come muovi le mani, quali forme disegnano i tuoi capelli che si muovono, come cammini. Ti ruberei i giorni senza toccare la tua anima, benedizione dei miei pensieri, ispirazione troppo lontana. Non si violenta il viaggio in nome della meta, desideriamo arrivare quando il cammino non ha più senso. Cosa potrei offrirti se non un tempo dilatato sino allo stremo, che non abbia fretta di compiersi? Tagli di sole tra le persiane roventi e gocce che scivolano su petali  bianchi, ecco cosa ti donerei. Suoni di campane a mezzogiorno, panni stesi e briciole di pane sulla tovaglia, passi veloci per ripararci dalla pioggia e poesie lasciate a metà dal sonno. Sguardi tersi e lucidi anche sulla tristezza, incantesimi e alchimie dei giorni più comuni e inutili. Non ti incanterei, ma mi lascerei incantare quando alzi i capelli e scopri il collo per star più comoda, dai tuoi piedi freddi di mattonelle che cercano riparo in una notte stanca. L’oceano familiare di un letto da rifare e le orme delle tua braccia che stringono il cuscino. Stringimi col pensiero e ascolta solo la mia strada, potrei offrirti tutte le mie paure senza timore, impastare le mie mani nella vita e raccogliere il meglio di me per appoggiarlo sul tuo seno quando ti addormenti. Ti offrirei nostalgie docili e belle al ricordo di serate felici con amici a cercarci con lo sguardo, e costruire albe spensierate di serena stanchezza. Continueremo a chiamare la chimica mistero, la gioia felicità, la tristezza dolore. Non avrò più un nome se non sarai tu a pronunciarlo, né più una bocca se non sarai tu a morderla e baciarla. Tienimi stretto con una preghiera che inizi col mio nome... solo questo ti chiedo in cambio.  

 

YouTube - Vinicio Capossela - Fatalità
  

VIENI CON ME

Vieni con me, lasciamo il destino al destino, abbandoniamo il calcolo al prezzo di un sorriso, un soldo lucente che non spendiamo. Ti guarderei danzare ad una festa di paese e scioglierai i tuoi capelli azzurro respiro d’Africa. Leggeremo le pagine che ami  e darò il tuo nome alle onde che vengono da occidente. Avrai voglia di camminare a piedi nudi per raccoglier un tempo antico e lento coi tuoi passi. Immagina, dalla mia finestra una strada in cielo di stelle ti invita al viaggio. Spiaggia troppo lontana sei, non vorrei farti sognare solo con le mie parole ma donarti un solo sorriso e guardarlo. Non vorrei aver più parole, proprio quelle che ti ami tanto, per avere in cambio un solo tuo sguardo. Tu gelosa, folle, innamorata e lontana. Mi inviti nel tuo mondo pieno di immagini e cado povero e felice immaginandoti senza poterti guardare. Giochiamo ogni volta lanciandoci maliziose pietre di zucchero per addolcire le nostre delusioni e mai uno sguardo. Vieni con me dolcissima esule e mia pazza compagna di prigionia e metterò alla tua caviglia il laccio della rete di un pescatore che liberò un delfino; aveva il viso segnato dal sale, le mani ruvide e una barca azzurra… sembrava corresse sul mare. Ti regalerò una pietra bianca e liscia accarezzata dal mare di notte… quando ha il tocco più lieve e delicato. Farò scorrere tra le tue mani sabbia dorata  facendole diventare la clessidra di un tempo che non finisce. Immagina, nei miei poveri occhi c’è un cielo che diventerà mattino eterno con un solo tuo sguardo.

Citazione

YouTube - pat metheny,Tell her you saw me
  

E' è NON E', OVVERO UNA LODE AL FIGARO

È è Non È! Detto in soldoni tutto ciò che è al mondo partecipa anche del non essere; se qualcosa è … è perché “non è” un’altra cosa e tutto il resto delle cose. Dilemma? ragionamento complesso e fuori dall’utile e dal pragmatico? Ma in fondo tutto questo vuol dire semplicemente che la mano sinistra è, e può essere, perché “non è” la mano destra, perché non è il braccio sinistro a cui è attaccata, perché non è il corpo che la contiene. Insomma la mano sinistra – come qualsiasi altra cosa- è perché non è tutto il resto dell’universo che la contiene- e forse anche oltre! Da qui il rigoroso cammino inconsapevole della nostra conoscenza verso la maestà delle cose. Tutte regine e mendicanti, tutte uniche, e tutte partecipano allo stesso tempo dell’essere e del non essere. Tutte sottili, anche quelle più corpulente e ingombranti, massicce e persistenti…tutte si ostinano ad essere “non essendo” tutto il resto del mondo che le circonda. Economia perimetrale necessaria dell’essere? Universo a sé sarebbe quindi ogni presenza dell’esistente? Mai confondersi, è impossibile, neanche si può…come potrebbe accadere? Tutto al massimo può coesistere ma mai confondersi! Spazzole, baci, carezze, bicchieri, suocere e rompiballe, ogni cosa convive con le altre non potendosi mai apparentare con nulla, altrimenti sarebbe il niente, o il tutto, ma a quel punto sarebbe indifferente constatarlo. Onirico sino ad essere incubo è il reale! Questo penso mentre si alza un profumo di dopobarba che danza vaporoso e impertinente intorno a me. Servirebbe una chiave per aprire! Ma una chiave può aprire fintantoché non è la serratura per cui è predisposta. Diamine, non ne esco fuori! Perché se la chiave fosse la serratura e la serratura fosse chiave il risultato non sarebbe né serratura e né chiave, ma un’altra cosa – una cosa totalmente inutile certamente-, indubbiamente un’altra cosa. Delirio! E intanto io fisso lo specchio e lo specchio fissa me. Fuori la gente cammina sui marciapiedi, chiacchiera e si difende dalla canicola boccheggiando, mentre io mi sto friggendo il cervello con una logica troppo ovvia, talmente ovvia che conviene ignorare per non impazzire. Rovine esistenziali prodotte dal principio di non contraddizione! Dio…  domani ti prometto che compro la Settimana enigmistica e un Paperinik!  Qualcuno mi salvi dai miei pensieri! Perché anche il pensiero non esce da questa affollata solitudine. Aspetto un segno che blocchi i miei ragionamenti: la suoneria di un cellulare, una forbice che cade, un rasoio che ferisca, una bestemmia, qualunque cosa va bene… basta che mi liberi dalla consapevolezza della realtà e mi faccia tornare ad una sana indifferenza nei confronti di questa verità che rende il mondo insopportabile! Non riesco a fermare le mie sinapsi, sono finito penso… fino a ché una voce spezza il delirio e mi salva, sventolando come un eroico e vittorioso torero il telo che mi avvolgeva: “Servito alla perfezione caro signore, Barba e capelli perfetti! Si accomodi alla cassa per favore”

Non ringrazieremo mai abbastanza i nostri barbieri!

LA MIA MORTE

“Mostratemi la morte” qualcuno disse – o forse l’ho solo sognato. Chi avrebbe mai detto che mi sarebbe passata affianco e avrei provato compassione per lei? Un giorno di festa, una flânerie: giù nella discesa davanti a me l’arco di Settimio Severo di un bianco lancinante, imponente, maestoso. Tra i fornici marciano solo sterpaglie mosse dal vento, silenzi e i curiosi passi dei turisti che si mettono in posa . Il desiderio di toccare quel marmo mi  è negato, l’amante antica mi è rimasta lontana nonostante promettesse con le sue forme passione infinita. I Parti in realtà non furono mai sconfitti. Alla mia destra il carcere Mamertino invaso da una folla di suore, un mare grigio di veli nervosi ed eccitati, un’onda convulsa e anonima, volutamente anonima, frigida, fredda e austera in nome dei gioiosi sponsali con Cristo,  nessuna preghiera spesa, solo la voce della guida che descrive la conformazione del Clivio, la storia della prigione che accolse Pietro e Paolo – gli unici ospiti eccellenti  di un luogo terrificante che ricorda reclusi - racconta Livio - dai tempi di Anco Marzio. Miriadi di vite e anime in pena, di morti e bocche che sputarono sangue, maledizioni e bestemmie. Tutti corpi, carni offese, che resteranno senza nome. In questa irrispettosa moina… eccola la lenta morte: partiva dalla Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, i suoi passi erano quasi impercettibili…  faceva tintinnare il suo bicchiere con qualche spicciolo dentro. Era di una precisione raggelante: ogni due passi trascinati e silenziosi un tinitinnìo accartocciato e metallico, china sino all’inverosimile. Il suo volto era nascosto da un fazzoletto di cotone grezzo e scuro. Quella pezzente era senza tempo; sarebbe potuta essere una miserabile di Hugo, una caricatura del West End di Hogart, forse anche più antica del Tullianum! Sotto quel copricapo tragico una macchia nera, un vuoto oscuro, il nulla, condannato dagli anni e  dalla miseria a rivolgere lo sguardo verso terra . Eppure quella vecchia era solenne… strega dell’ignoto! quell’incarnazione delle nostre paure più nascoste spargeva col suo mendicante incensiere quella giusta dose di tanfo capace di far riemergere d’un tratto tutto ciò che nascondiamo in tutta fretta sotto i tappeti della coscienza… nella speranzosa attesa che ci visiti la felicità . Una miserabile maestà faceva scostare tutti, incuteva rispetto, perniciosa attenzione, abominevole analisi. Anche quel mare grigio e triste di devote consacrate si aprì infastidito e stupefatto al suo passaggio. Mosè non avrebbe potuto fare di meglio. La sua sottile e miserabile arte consisteva nel far fare alle monete sempre lo stesso suono in una precisa cadenza, un movimento che non suonava come la semplice richiesta di elemosine ma come un imperativo, come un atto dovuto e irrevocabile, nessuno poteva esimersi , e se anche qualcuno fingeva di ignorarla, lenta e inesorabile sarebbe ritornata come una maledizione irredimibile, come il trascorrere del tempo . Eccola la mia morte… mi attraversa e mi terrorizza , mi cammina di fianco, non la voglio ma non posso fare a meno di guardarla, di farmi terrificare da lei, dal suo esser senza volto. Il conto che mi presenta è sempre troppo alto e non basta un obolo per allontanarla, fa sempre lo stesso giro, è incurante, troppo eterna, insopportabile ed ineluttabile compagna… miseria di tutte le mie miserie.