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日志


FATALITA' NEL TUO GIORNO

M’avanza un pianto che tu sorridendo spegnesti. Capelli neri come le notti che il tempo ci ha rubato e un passo di ballerina dalla severa grazia disciplinato. Occhi nocciola e tutta la mia vita raccontata sulle tue labbra. Sei stata tutto, ogni cosa per questa cipolla con troppi veli da togliere: un canto, una maledizione, una preghiera, una bugia raccontata dalla vita per insegnarmi la solitudine, ed ora, in questo giorno, un’assenza senza fine. Siamo in autunno ma questo Dio che maledissi non mi fa mancare, beffandomi, la primavera. Vetro in frantumi su cui cammina ancora il mio ricordo, profumo che ancora sento e inseguo per strada. È  impossibile, non può essere… ma l’anima straziata dalla memoria non vuol sentir ragioni e ti cerca fino alla nostalgia infinita. Mantengo tutte le mie promesse ma mai quelle che faccio per me, e mi ostino in una vita che a forza mi faccio appartenere. E tu mia Sposa e mia sofferenza m’accarezzi ad ogni istante. Chi sa s’impietosisce e chi non sa s’accanisce, ma entrambi non sanno, non possono sapere, anche questo è rimasto nostro e tu mi chiedi sempre più di quanto possa fare.  

YouTube - Ovunque proteggi - Vinicio Capossela
  

ALVARO DE CAMPOS, AVEVI RAGIONE! CONTENTO?

Ho il morso allo stomaco e un cuore di cristallo, torno all’ironia? Tu che dici? Perché le parole d’amore sono come le freddure: pizzicano – al massimo solleticano il compiacimento gratificato di chi le riceve -, ma  restano solo il tempo dello stupore, finiscono e non riescono a restare, a trovare un posto. Anche se minime, delicate e discrete sembrano non trovar mai spazio. Ora addirittura hanno il sapore di un esilio forzato, necessario, perché “l’altrimenti” ha la gravità  del piombo, anche il cielo ha il suo peso. Come gli incubi nati dalle febbri più deliranti in cui uno spillo diventa d’improvviso sciabola, un fiocco di neve una valanga arrivano ad essere persino ingombranti, eccessive sino all’idiozia. Scoperchierei a mani nude la tomba di Fernando e dare ragione al suo scheletro - inevitalbimente sogghignante - per una delle frasi di Alvaro più conosciute e inflazionate: “ Le lettere d’amore sono tutte ridicole”.  Capitolano ebeti di speranze davanti ai fatti, alla realtà, cadono in battaglia sul fronte della circostanza avversa armate solo delle loro povere mani nude. Dovrebbero esser scritte a penna e poi bruciate e le loro ceneri seppellite… e infine – ciliegina sulla torta - dimenticate da una presa di coscienza amara coperta da una risata che veste di ridicolo l’atto incosciente degli autori. Tarante del cuore da ballare fino allo stremo nella solitudine delle anime. Sante Messe di Pasqua solenni per un’ora o poco più di Resurrezione e poi… il sussurro di Dio s’è perso tra l’odore oleoso del cero spento e il vociare liberato dei fedeli. Non ho più tempo, non ho più neanche quei sottili lati bianchi da scarabocchiare ai margini dei tuoi giorni, ma non perdi nulla, forse – ma è solo un’ipotesi – solo un po’ di vento sulla tua anima nel torrido di alcuni momenti che non portano il mio nome. Fuggirai restando tra un sorriso e un pensiero diverso da accarezzare giusto per il tempo di sollevarti dalla fatica dell’ostinazione. Eppure vedi? Io resto qui chiedendo scusa male, scrivendo peggio, e questa inevitabile resa è diventata, per l’ennesima volta e senza volerlo, una ridicola lettera d’amore.  

 

Citazione

YouTube - Roberto Vecchioni - Le lettere d'amore
  

ODIO!

Odio! Ho Marziale sulla penna e Catullo nella cotenna e tutto si stalla. Odio il graffio alla padella, l’acida indifferenza della zitella, il morso crudo al tarallo e il chihuahua castrato e fetente della Piromallo. Odio le verità in tasca, il ronzio della mosca e le notti dove il cuor innamorato le busca. Odio il reggiseno che non si slaccia, l’ipocrisia sulla faccia… e di questa vita non so dove buttar la buccia. Odio l’idiota demagogo ululante, questo tempo demente salassato dal nano incartapecorito e deficiente. Odio le mie parole dal Timor bofonchiate e della television le gran minchiate. Ho silenzi da urlare e maledizioni da sussurrare. Mi manca una maledetta ghenga, la trasparenza gratuita del tanga, e mi convinco a non sognare perché in questo mondo nessun la sfanga! Odio la sorella minore matura d’ira che il feroce niente difese sparando - senza mira - al cor dolente. Odio i libri a metà lasciati, i mediocri pubblicizzati, gli impertinenti a tavolino progettati. Odio gli ufficiali party, gli occhi nati per dannarti e suoi inventati infarti, Odio “l’Io Sono”, l’ipocrita perdono e il mafioso che siede al posto del santo patrono. Odio del potere il palazzo… abitato da sontuose teste di cazzo, ma sul cuor ormai ho un bozzo. Forte del mio rabbioso callo sulle vostre idiozie ballo senza mai metter il mio piede in fallo. Non v’appartengo e le mie parole come una lama coi denti trattengo. Per vivere mi basterebbe un fiore e il suo miracoloso odore per non sentir di questo mondo morente il fetore!  



YouTube - Vinicio Capossela - Furore
  

IL BASTARDO E' IN CITTA'

Traballo e vedo meglio se faccio notte. Ti immagino mentre infili un dolcevita di filo sottile che veste il tuo collo Modì. Una carezza di jeans e due minuti a domar capelli. Io intanto faccio anelli di veleno mentre smetto di fumare. Il corteggiatore edonista fa lo splendido lanciando dadi truccati al sapor di minchiate per sfangar la nottata. M’incapriccio di un vecchio cane che barcolla pesante con due occhi d’angelo. Questa città è un Barrìo umido di pettegolezzi sussurrati, non è vero uomo né femmina ma puttaneggia senza saper di invecchiare delle solite cose.  Ma un terrazzino nascosto tra un’edera e un graffio normanno  mi ricorda perché l’amo ancora. Qui manca l’arte e una piazza decente ma nessuno ne ha appetito. Ho voglia di un negroni fatto come si deve ma per te resisto e vicino al mare di periferia angeli stranieri si vendono fottendo a sangue mentre sognan la fame di casa e i loro vestiti da bambine. Ma il protettore ha la mano leggera solo per contar soldi. Ho voglia di qualcosa di pulito e ti penso. Il mio acciaccato compagno mi guarda e sente di te attraverso la mia anima. Cos’hai nel cuore Stella? Il bastardo m’è tornato arzillo, insegue ringhiando le ruote dei clienti ancora sbavanti e vendica questa strada infame. Gli comprerei una fascia tricolore di raso e lo farei sindaco. Lo immagini su quella ambita poltrona? “Sua Eccellenza sta cambiando il pelo e sono cazzi per tutti!” Un bau per il sì, due per il no e un feroce digrignar di vecchie zanne per mandar tutti a fanculo!


YouTube - Vinicio Capossela - Zampanò
  

RAPSODIA SOTTO VENTO

Delizia lontana dei miei occhi, primizia del vigneto gravido di settembre. Qui il cielo si riga di viola nell’azzurro e penso ai tuoi piedi freddi mentre ti graffi il cuore in nome del solo sogno per cui vale restar vegli. Le insegne hanno colori di fosforo e mi gelano la fantasia, aspetto l’odore delle caldarroste  mentre osservo il cavallino del barbiere. Non ho più polvere sul cuore e tu che credi che il tuo il bene non sia anche il mio. Scioperato dal mondo me ne fai padrone mia interminabile fatica.  Mi stanchi e sorrido mettendoti su casa: lenzuola bianche e una finestra verso l’Africa per lasciar che Chergui mi tradisca accarezzandoti nei mattini d’estate. Mattonelle bianche, un bicchier d’acqua e un silenzio incartato e infiocchettato da un bacio. Setaccio nelle tasche dei miei pensieri… cerco quattro soldi di felicità e mi si sfila il bottone della tristezza. Biglietti alla fretta rubati sul tavolo e una tua foto appesa al frigo a far da guardia alla cena. Notti di San Lorenzo le lampadine fulminate, mie sole aurore i tuoi occhi appena svegli. Addormentata mentre guido mi chiedo sempre perché alle donne non piace il Jazz, ti rubo di nascosto un Davis ma rallento per non perdere di te neanche i sogni. È dalla tua parte la mia camicia migliore perché è diventato il tuo pigiama e mangiare dal cinese mi toglie il sonno. Cenci e letti disfatti, un caffè di troppo e la noia ci toglie la luce del sole dal nervoso. Neanche questo butto nella cesta dei panni sporchi mentre inguaio la lavatrice… tu incroci le braccia e stanotte niente fuochi d’artificio. Vetrine scintillanti durante la maratona dello struscio e una madonna di gesso all’angolo ci chiede un fiore nel suo vaso vuoto. Cuore di colomba con due ali d’aquila mi voli sul cuore in questa sera rigata di viola e l’aria si fa fredda. Avrò sempre un spicciolo di felicità  per pensarti.

 YouTube - Ludovico Einaudi - Due tramonti

  

FILASTROCCA DELLO STREGATO AMORRR!

Giran giran le lancette, i raggi delle biciclette e per via non trova dimora l’anima mia. Arruffato e felice ti faccio delle mie parole musa e nutrice,  Non son poesie, tantomen canzoni ma aliti di vento, arabeschi di emozioni.  Cartapesta dai tuoi occhi colorata, brace dalla tua bellezza infiammata. Su pietre lisce t’ho disegnata e lasciate le ho al mar… ma nessun onda te le potrà mai portar. E qui d’amor inzuppato aspetto il tuo zefiro incantato. Sai? qui sul bagnasciuga per il cul mi prende una tartaruga, ma il mio latte gitano t’attende mentre sulla rena per le braghe mantengo l’indomabile acrobata nano. E se nella notte risposta non avrò ali di gabbiani con le mani alla luce del fuoco imiterò e da te volerò.  Al merlo della maga il tuo nome ho insegnato però questa finzion non m’appaga, ma la strega  è adirata perché dei tarocchi dell’amor fu derubata; le ho lasciato in cambio rubini, antiche monete e diamanti. Ma senza prezzo è il dono degli amanti e una feroce preghiera m’ha lanciato la pericolosa fattucchiera. Che mi sfami al pane della tua assenza finché il campionato non lo vinca il Cosenza!

YouTube - IL PARADISO DEI CALZINI Vinicio Capossela
  

NON SONO TUOI FIGLI, NON SONO I TUOI EROI

Abbassate le bandiere, scolpite le colonne spezzate, pronte e lucide di conio le medaglie all’onore.

A breve tutto sarà pronto per la cerimonia sontuosa del nulla in ciliegio lucido e tricolore di raso. Blazer neri e facce dipinte col color dell’istituzionale cordoglio. Li chiameranno figli, padri, eroi ma non erano i loro figli, non erano i loro padri e non volevano essere eroi ...ma solo figli, padri, amanti. Avrebbero barattato il loro fucile per guardare il seno florido di latte delle madri  e per un filo d’erba in bocca dopo aver fatto all’amore.  Diranno che sono caduti per la pace, per la patria e continueranno a chiamarli senza ritegno figli, padri, eroi. Ma dov’era la loro patria? Neanche se si fossero rivolti ad occidente, verso l’orizzonte, avrebbero potuto scorgerla.  I tuoi confini – paese infame - sono certi e la minaccia è solo nei tuoi palazzi dallo scandalo e dall’inettitudine divorati! Tu sputi e bruci su questa stessa bandiera ora ricamata sulle tombe per te addobbate, e ora li chiami figli, padri, eroi? Sudato e sfacciato abbraccerai mogli, e madri, consegnerai loro drappi a triangolo piegati ,ma i tuoi veri figli, i tuoi veri fratelli sai dove sono, sai cosa mangiano, dove dormono e non vuoi che diventino eroi, desideri per loro che restino solo figli, che diventino solo padri. Ora ingozzati di olio nero fino ad affogare una volta e per tutte, inebriati e impazzisci con l’oppio sporco del sangue che celebri senza aver mai conosciuto. La storia paziente ti aspetta e tu sai, pagina vergognosa, che non puoi vincerla ma solo allontanarla con furiosa disperazione; e come una bestia ferita ti accanisci ancora di più e trascini nel tuo nulla i figli, i mariti,e i padri degli altri. Attenderò, forse inutilmente, il tuo sporco sudario vergogna della mia lingua e della mia terra.


YouTube - generale
   


La Milonga dell'impossibile

Piovono perle di addii dell’ultima rena del deserto lontano. Le cosce delle ballerine sudano affannate dal rimpianto precoce dell’estate appena finita. Il tempo di amare una stagione e già muore questa giovane colonna spezzata. Letargo dell’umore, sarcasmo dell’anima e una rumba agita il mio bicchiere. È una guerra di nervi stanchi questa morte quieta dell’estate! Ed io vengo da te invadente con un fascio intrecciato di rose e parole. Qui ci sono ancora pance al vento sotto uno sbocciar di ombrelli e oramai tramontano ondeggiando gli ultimi culi attillati… qualcuno mi sorride tra un aggiustar calcolato di ciocche di capelli e uno sguardo compiaciuto e malizioso. Non ho appese al cuore promesse, ma, come ho sempre temuto, resta un vuoto col tuo nome da riempire di silenzi e miele,  e non può che scorrer lento sulle pareti di specchi che si prendono gioco della mia tristezza mostrandomi solo il mio volto. Ho la tra le mie mani vere la tua inconsistenza. Nascondi i miei segreti in questo cielo turchese di settembre e più questo gitano si alza e più voli lontano. Giocare con le parole e a fatica non conservo questi biglietti lasciati all’aria per non farne una preghiera parte. Passeggio, migro coi pensieri e m’inchino ironico davanti al Re Autunno. Non ti sfuggo donna senza un volto perché libertà sarebbe esser tuo prigioniero. Ginocchia lisce mi trotterellano intorno in un sottofondo fumoso di pelle d’oca, il freddo è arrivato troppo presto, ha lasciato le schiene nude sotto la pioggia e mille labbra tremano come di passione. Tacchi dodici incerti nelle pozzanghere limpide di fango… e la strafiga ha preso una storta! La sua cavigliera ha singhiozzato tra l’acciaio e la pelle e mi guarda quasi per chiedermi scusa. Il suo tatuaggio a forma di angelo sulla spalla chiede asilo ai miei occhi: carcere di inchiostro e phard, fantasiosi ombretti a far da soccorso alla bellezza. Ma io vedo solo le rondini volar basse, le lascio accarezzar un cielo viola e nuvole enormi. Pigro ti penso e ho già fretta a chieder aiuto all’indifferenza del bicchiere per non pretender troppo. Parte un mambo che ammazza le incerte speranze con un sottile delirio di note, quanti nomi inaspettati ha il salvataggio dalle fantasie impossibili… Più tardi giocherò a dadi con la notte, se perdo vincerà la stanchezza e correrò il rischio di sognarti… ma non posso. Troppi esili di lame e palpiti ha sopportato quest’anima, ma tu conserva sempre i segreti che ti ho sussurrato nelle orecchie, anche lì le mie labbra erano vicino – tanto vicino - alla tua bocca nella notte e non ti hanno sfiorata, non farò mai più questo errore.

Citazione

YouTube - Vinicio Capossela - Che cos'è l'amor
  

Discussione su YouTube - The End of the Innocence

“Ammaestrata da un esercizio di secoli,

la repubblica degl’immortali aveva

raggiunto la perfezione della tolleranza

e quasi del disdegno.

Essi sapevano che in un tempo infinito

ad ogni uomo accadono tutte le cose.

Per le sue passate o future virtù,

ogni uomo è creditore d’ogni bontà,

ma anche di ogni tradimento,

per le sue infamie del passato o del futuro.”

L’ Immortale, J.L.Borges


Tutte le cose, che peso e che condanna! Una vita è tutte le vite: peccatore, puro, santo e dannato. Lasciarsi accadere è miseria e percorso. Chi teme le debolezze e gli errori di un uomo?  Caduto nel vuoto ha sempre conservato i suoi occhi. Ha esercitato lo sguardo anche nell’oscurità. Ma è inevitabile ha deluso e delude. Incanta il cane coi suoi giochi mentre è in piedi e balla sulle zampe posteriori sulle note di una fisarmonica rattoppata. Mai raccontare delle sventure nel deserto una volta entrati nelle porte della città, una volta ascoltato il fortunato maledetto faranno del fuori infuocato l’inferno e di lui un demone, anche se ha una veste bianca e un cordiale sorriso. L’economia del giudizio invita alla necessità di una condanna. Non importa se egli abbia già pagato in sete e dolore, se ha pensato di lasciarsi coprire dal velo di un sonno mortale e dileguare durante una tempesta di sabbia  e stelle indecifrabili. Fa male il suo percorso anche se adesso porta in dono le sue mani sopravvissute e il suo sguardo limpido.

 

YouTube - The End of the Innocence
  

NOSTRA SIGNORA DELLE SOLITUDINI

Le feste di paese tramontano sempre verso sud. E il santo è in processione. Vicoli in sere d’estate… illuminati da ceri che colano. Amo la preghiera, l’illusione degli stoppini e il ciondolar di rosari.. Amo le cantilene, le litanie, il lucido sudario del patrono su spalle penitenti riposato. Madonne, icone, statue da sempre lari: protettori delle case, delle strade, dei labirinti di processioni e dei pettegolezzi delle comari. Una sola giostra scomposta di fede e bestemmia, di peccato e benedizione. Caramelle, passeggini e passi strusciati.  Finito l’inverno tutti devono aver memoria della penitenza. Che la canicola ci freddi la schiena in memoria del dolore. Pellegrinaggi dovuti, appuntamenti con una memoria dimenticata. La cripta vuota nei giorni di festa non sente il peso della santità. Vergine dai mille nomi, ne hai uno anche per noi? Se il gesso dipinto ti piegasse il volto ci guarderesti? Hai un nome per le solitudini e le moltitudini senza occhi? Proteggi i silenzi, le bocche che sorridono alla vita con una lama nel petto? Accudisci e culli la blasfemia degli innamorati, dei loro giorni benedetti persi a sperare, a cercare di capire senza mai volerli perdonare Madre degli uomini? Accarezza chi cade senza fermarsi e non vuole esser guarito, chi bacia il tempo con occhi affaticati, le mani mai stanche di sentire, i piedi mai sazi della strada. Proteggi gli sguardi che nessuno vuole fermarsi a guardare, occhi al cielo di  angeli segreti, toccati dalla grazia della vergogna degli altri. Madre delle solitudini,  dei passi senza una via battuta, di chi balla senza una musica, di chi non troverà mai più la fronte e le labbra dell’altro, hai una lacrima anche per loro? Vergine delle speranze mai esaudite tendi la mano ai disperati , ai loro sogni delusi, alle strade dalla pioggia bagnate, alla luce caparbia dei loro occhi. Non confonder mai le menti, lega stretta ad ognuno la sua memoria – tortura o benedizione non importa. Abbassa il Tuo sguardo, in questo sgranar di rosari, ai vinti e docili demoni dell’esistenza, su questo oceano di candele ora che sei per via, e poi denudati dei tuoi gioielli e accogli sotto il tuo mantello d’azzurro e stelle tutti gli occhi. Qui, in luminosa processione, tutti preghiamo ma nella notte della vita mordiam cuori e ridiamo dell’altrui disperazione. Fiamme ambra minacciate dal vento sono protette da palmi ansiosi ed io sono tanto stanco di guardare. Ho fatica a vivere mentre un cane si addormenta e la cera macchia e lucida l’asfalto.

 

Citazione

YouTube - Fabrizio de André - Un blasfemo
  

SOLITARIE LUMINARIE

Rosso Tiziano e bianco panna, blu elettrico e mille luminarie. Il circo è in città e l’elefantino delle favole abbraccia con la sua proboscide la coda della memoria per non allontanarsi mai dai tuoi ricordi. Il saltimbanco sorride mentre cammina sul filo, distribuisce ali di carta che annunciano la data del grande inizio. Fiori di cartapesta, zucchero filato, croccanti di zucchero e occhi sognanti di bambini tenuti per mano... . Ma il pagliaccio ha due facce come la luna: una illuminata, bianca e con una goccia d’argento al posto di una lacrima e l’altra nascosta e gelata che abbandona nel camerino solo per il tempo del suo numero. Il prezzo della felicità? Nel  gettone per un giro di giostra, nella bocca violenta e incantata del mangiafuoco, tra  i capelli raccolti delle ballerine, tra le loro tulle sottili e stellate. Paglia a terra illuminata dalle insegne. Il cavallo fenomeno fa di conto per uno zuccherino e dietro le quinte il mago nasconde nel doppiofondo della sua anima i suoi cento fazzoletti colorati. Sapessi come vorrei qui i tuoi occhi, li vorrei qui tra il trombone sfiatato del pagliaccio stanco e la scala per salire sulla dimora ardita degli acrobati. Qui in questo tendone a strisce rosse e bianche, tra la sabbia e quel buco che squarcia questo cielo di pezze rattoppate e lascia nude le stelle. Qui il vento fa danzare vesti sgargianti appese e lini candidi davanti alle porte dei carrozzoni. L’incantatrice di serpenti fa all’amore con l’uomo volante, chiude sempre gli occhi e piange quando lui danza nel vuoto senza rete. Il presentatore seduto in un angolo buio su uno sgabello di legno si slaccia la cravatta e si fa vento con le mani tra un’esibizione e l’altra, non guarda nessuno e conserva i suoi sorrisi solo per entrare in scena. Se potesse si toglierebbe anche le scarpe strette e lucide, ma non ha tempo. Ti vorrei qui nella casa degli specchi per moltiplicare il tuo volto e non trovare mai l’uscita, ti vorrei qui per rubare l’oro dai tuoi occhi incantati e farti una corona di carta colorata, qui per legare con i miei lacci di cuoio le tue mani alla mia anima. Ti stancherei di sguardi perché guarderesti coi miei occhi, mi affaticherei di stupore perché respirerei con la tua bocca. La cavallerizza bionda è pronta e accarezza il suo splendido Arabo bianco, l’Andaluso dalla criniera selvaggia si inchina e saluta il pubblico come un re, ma nessuno lo ha mai imbrigliato o cavalcato. Tutti lo salutano mentre con eleganza scompare sotto la tenda rossa… applaudono lui o dicono addio alla libertà? Come vorrei fossi qui in questo paradiso di periferia, tra palazzi grigi stanotte illuminati dai neon e da enormi ed infuocati fari colorati. Tutti sono fuori incuriositi e annoiati con le loro canottiere bianche e i loro ventagli di plastica. Tutti sanno ma nessuno immagina. Le loro ringhiere in alto sono piccole prigioni di silenzi, ma io ti vorrei qui in questo incrocio infinito di esistenze, sulla soglia di questa geometria di differenze, nell’algebra senza soluzione dei miei occhi.


YouTube - Vinicio Capossela - Pena De L'Alma